sabato 18 giugno 2016

Addio - Capitolo 5

Siamo già al capitolo quinto, caspita, se penso che devo affrettarmi e continuare a scrivere Abram, altrimenti i capitoli pronti finiranno e io che pubblico? Mah. Qui conosceremo la futura moglie di Abram, e la sua famiglia. E incontreremo di nuovo un personaggio già apparso, e molto molto importante per il futuro del nostro eroe. Ma ora continuate pure la vostra lettura, e buona domenica.
Un ultima cosa, ma vi piace Abram? Vedo che siete sempre quasi sempre le stesse persone a leggerlo, però nessuno dice cosa ne pensa. Non siate timidi, ditemi che cosa ne dite.

Abram era seduto nella mescita di Isaia, intento ad ascoltare le sue preghiere di non lasciarlo. Era incredibile ma il grosso oste provava una vera deferenza per il giovane scrivano, e non sopportava l’idea di perderlo come contabile. Dal canto suo Abram aveva la morte nel cuore, ancora una volta doveva sottostare alle angherie della madre, non riuscendo a ribellarsi. Perdere il suo primo e unico cliente era brutto, ma se pensava a quello che lo aspettava nel pomeriggio, quello era cento volte peggio.
- Io capisco, capisco che forse non sono una persona rispettabile, ma vi prego, non ve ne andate. Ho   bisogno del vostro aiuto. Voi contabili non siete cosi tanti qui a Varsavie, e io non me ne posso permettere uno famoso.
- Vi capisco anch’io mio buon Isaia, ma non posso farci niente, dovrei scegliere fra voi e mia madre, e non posso farlo.
- Allora il problema è questo, accidenti a Dioniso e alle sottane, e se vi prometto di non venire mai più da voi, se vi dico che vostra madre non mi vedrà più per tutta la sua vita.
- Isaia, per favore, è doloroso per me come per voi. Io vorrei ribellarmi a lei, ma non posso.
- Vabbe, allora buona fortuna mastro Abram, e che Atena vi protegga.
Grazie.
- A proposito, quanto vi devo?
- Nulla, magari la prossima volta che ci vediamo mi offrirete una birra.
- Spero che sia presto. Addio.
Abram usci lasciando il suo nuovo amico a mugugnare fra se e a maledire, di certo, sua madre. Fra se quasi spero che uno degli accidenti di Isaia la colpisse, magari uno piccolo, ma bene piazzato. La strada dalla mescita a casa sua non fu mai cosi lunga, tanto il suo passo era lento e strascicato.
- Buongiorno – disse una voce alle sue spalle. Abram si girò e vide il vecchio sacerdote vestito di verde dietro di se.
- Buongiorno signor guardiano, vi ricordate di me?
- Certo mio buon giovane, io ricordo tutti quelli che entrano nella mia chiesa in cerca di conforto, allora Atena vi è stata d’aiuto?
- Non tanto, anzi il suo aiuto mi servirebbe proprio ora.
- Cosa vi turba figliolo, volete parlarmene?
- Beh padre, per il momento no, in seguito forse.
- Arrivederci allora.
- Arrivederci.
Il vecchio si girò sui suoi passo e si allontano nella direzione da cui era venuto, sembrò quasi dirigersi verso la mescita, evidentemente anche i guardiani di Atena non disdegnavano una buona birra di tanto in tanto. Abram continuò la sua strada verso casa, pranzò da solo in quanto la famiglia era andata a fare compere per il grande evento del pomeriggio. Dopo pranzo tornò nello studio del padre, e iniziò a leggere il libro di storia datogli da Moses, solo allora notò una cosa che gli era stata di fronte per tutta la vita, la loro storia era solo la storia del regno della Lorenna, da quando re Tommaso si era insediato sul trono fino ai loro giorni, in pratica erano solo 500 anni di storia. Non c’era altro, non c’era nessun accenno a cosa era successo prima, quali regni e quali civiltà c’erano state prima della loro. Abram posò il libro e iniziò a cercare nell’archivio della biblioteca qualche altro libro di storia, ma l’unico che trovo parlava solo del periodo fra l’insediamento di re Giovanni (nipote di Tommaso) e l’attuale sovrano re Leopoldo, ancora meno tempo. Stette un po’ seduto nella poltrona d’ebano, cercando di capire come mai nessuno lo aveva notato prima, di certo la gilda degli scrivani aveva pochi storici, ma nessuno si era mai interessato a prima di re Tommaso? La cameriera lo richiamò da questi pensieri quando la sua famiglia rientrò in casa, cosi Abram andò in camera sua e iniziò a prepararsi per la visita del pomeriggio. Mentre si vestiva fu raggiunto da Adam, già vestito di tutto punto e scuro in viso come poche volte lo aveva visto.
- Quell’idiota – disse all’indirizzo del fratello – quel grandissimo idiota, ha fatto finta di avere un malore e si è chiuso in camera.
- Allora si è deciso? – chiese Abram lottando per aggiustare il cravattino.
- Certo che è deciso, pezzo di stupido, scapperà quando noi andremo dalla tua fidanzata …
- Non è la mia fidanzata.
- Per ora. Quell'idiota ha già pronto tutto, se le preparato ieri sera, pensa che i belanti lo accoglieranno a braccia aperte.
- Tu non credi che sarà cosi.
- No. Quelle creature saranno anche simili a noi, ma vivono con leggi e criteri diversi, e sono pericolosi, molto pericolosi.
- Senti … - un rumore tintinnante interruppe il discorso dei ragazzi – dannazione a quella campanella, dobbiamo scendere.
Una carrozza aspettava il quartetto fuori dalla casa, la mamma e la zia furono le prime ad accomodarsi, poi Abram e Adam presero posto, infine il cocchiere diede il colpo di frusta che avviò il cocchio. Durante il viaggio i ragazzi non dissero una parola, solo le due donne confabulavano fra di loro parlando di preparativi e vestiti. La carrozza attraversò la strada principale di Varsavie, e poi scese per un’arteria secondaria dedicata a re Leopoldo, da qui raggiunse un quartiere di periferia ma di gran lusso, tutte le case erano ville con ampi giardini, e tantissimi digrignadenti si affacciavano ai cancelli urlando nella loro direzione. Il grido dei digrignadenti era un rauco tossire, accompagnato dai schiocchi e soffi. Per fortuna quelle bestie erano dietro i loro cancelli, e i cavalli non se ne preoccupavano minimamente. Adam si ricordò del loro digrigandenti, un cucciolo vivace e carino, ricoperto da una folto piumaggio colorato e con due zampe veloci. Era divertente giocare con lui nel giardino della loro vecchia casa, ma l’avevano dato via quando si erano trasferiti da Abram. Finalmente la carrozza si fermò di fronte alla villa della signora Paulette, e la famigliola scese ad attendere che qualcuno aprisse il cancello. Uno snello servitore in livrea apri il pesante cancello, mentre un altro in abiti più comuni teneva un grosso digrignadenti per il guinzaglio. Il cameriere in livrea fece strada fino al patio, sotto il quale era stato preparato un piccolo rinfresco, li c’erano la signora Paulette, la signora Jezabel, un anziano signore con la pipa, che si presento come il signor Tommaso, il padrone di casa, e una conoscenza di Abram; l’anziano sacerdote che aveva incontrato il mattino stesso. Mancava solo la sua promessa sposa, la signorina Giovanna
- Piacere di rivederla figliolo – disse il sacerdote.
- Salve padre, come mai qui?
- Oh, il reverendo è un nostro vecchio amico di famiglia – spiegò la signora Paulette - e quando ha saputo che la nostra Giovanna avrebbe incontrato il suo futuro marito ha voluto essere presente.
- Capisco – aggiunse la madre di Abram – e dov’è la vostra gentile figliola?
- Sta arrivando.
Proprio in quell'istante un rumore legnoso attirò l’attenzione di tutti, la signorina Giovanna fece il suo ingresso seduta su una sedia a rotelle spinta da una cameriera. La sedia fu' portata vicino alla sedia della signora Paulette, poi la cameriera tornò in casa.
- Allora? – esordì Giovanna - Quale di questi qua dovrei sposarmi?
- Ma cara – provò a rimbeccarla la madre – le buone maniere.
- Si, si, buongiorno a tutti – disse con un tono fra il mieloso e il canzonatorio Giovanna – come state? - Ben trovati, piacere di fare la vostra conoscenza. Allora, chi mi volete dare in marito?
- Ecco, vedi tesoro – provò di nuovo la signore Paulette – questo è il giovane Abram …
- A questo qui con gli occhi da pesce lesso, peccato quell’altro è più carino – ammiccando ad Adam – non è che posso avere lui.
- Mi dispiace mia cara – intervenne acida la madre di Abram – il nostro Adam è già promesso, si dovrà accontentare del mio Abram.
- Ah, voi siete la mia futura suocera, piacere, almeno vedo che siete una persona di carattere, mi piacete. Posso scambiare due parole col mio futuro marito?
- Ma cara, vedi – provò a dire qualcosa la signora Paulette.
- Non vi preoccupate, - rispose la madre di Abram – ragazzo mio accompagna la signorina Giovanna dove vuole.
- Si, io, certo.
Abram si alzò e provò a spingere la carrozzella della ragazza.
- Andiamo dentro – comandò lei, e cosi entrarono nella grande villa – qui andrà bene – Giovanna aveva condotto il giovane verro in un salotto con divani e poltrone rosse. Abram la sistemò vicino ad una poltrona e si sedette di fronte a lei – Ora state bene a sentire – iniziò – io ho poca voglia di sposarmi, forse meno di voi, e se credete che possa darvi figli scordatevelo. L’incidente che ho avuto me lo impedisce. Certo ho una bella dote, e non ho sorelle ne fratelli, quindi tutto quello che vedete è mio, e mio rimarrà. Se mi sposate accontentatevi di fare, come si dice, a si, il principe consorte, non pensate di accampare diritti su ciò che è mio, capito?
Abram si guardò in giro, e sospirò.
- Mi avete capito – lo incalzò lei – allora?
- Si, si, sentite a me non importa che voi siate ricca, che avete terre o denaro, io sono scrivano e ho il mio lavoro, e se pensate che vi sposo per interesse vi sbagliate. Io non vi conoscevo, è stata mia madre a combinare tutto questo.
- Lo immaginavo, non sembrate il tipo che prende iniziative, e forse per questo già mi potreste andare a genio. Forse dovevo parlare con vostra madre e non con voi.
- Sentite miss Giovanna, io … io … non so cosa dire, lei ed io dobbiamo sposarci, volenti o nolenti, quindi potremo almeno cercare di andare d’accordo e di conoscerci meglio, no.
- Certo, lei ha ragione, signor … Abram vero?
- Si.
- Allora signor Abram voi siete scrivano contabile, quindi è tutto qui, voi contabili non avete che amore per i vostri numeri e le vostre scartoffie, e io detesto tutte e due. Vi piace qualche altra cosa?
- I libri.
- Bene, mio padre ne ha di vecchi e polverosi in una stanza, credo, spero che non me ne porterete altri in casa che non sopporto neppure quelli. Vi piace la musica?
- Veramente …
- Male, io suono, e anche molto bene, portatemi vicino al piano – disse indicando un pianoforte in un angolo della stanza.
Abram la accompagnò vicino alla tastiera, Giovanna prese uno spartito e iniziò a studiarlo.
- Ora sentirete – e cominciò a suonare.
Sebbene lo spartito non era difficile, Giovanna prese diverse stecche e sbagliò diverse volte il tempo. Abram ne approfittò per osservare la stanza. Oltre al divano e al piano, su una parte faceva bella mostra di se un camino riccamente decorato, e sulla mensola diversi ninnoli. Abram fu attirato da una campana di vetro al cui interno era riposto una specie di dito. Il ragazzo si avvicinò per osservarlo meglio, e noto che il dito era simile a quello della mano imbalsamata conservata da Isaia. Alla base della campana c’era una piccola targhetta d’ottone su cui era iscritto “Gaviale”, un'altra parola misteriosa da aggiungere a tante altre.
- Vi interessano i miei cimeli? – fece una voce alle sue spalle, si girò e vide il padre della ragazza in compagnia del sacerdote – penso che dovremo parlarne.
- Padre, ma cosa?
- Giovanna raggiungi le signore sul patio, per favore.
- Ma io.
- Vai! - rispose fermo il signor Tommaso.
La ragazza stavolta usò le sue braccia per uscire dalla stanza, e facendolo sbatté la porta alle sue spalle.
- Vi volete accomodare? – disse il vecchio sacerdote sedendosi su una poltrona – le mie ossa non mi reggono più in piedi.
Abam e il padrone di casa si sedettero sul divano, cosi che il ragazzo si trovò fra i due uomini.
- Allora – continuò il guardiano – cosa ne pensate della nostra Giovanna, mio caro Abram?
- Un poco vivace …
- E del dito del coccodrillo? – aggiunse il signor Tommaso.
- Dito del coccodrillo? Quale dito …
- Non faccia cosi Abram, ragazzo mio, ho visto benissimo che guardava il dito del coccodrillo li sul camino, lo tengo la apposta, per vedere se fa colpo su qualcuno, diciamo che lo uso come esca.
- Esca?
- Si per prendere i pesciolini troppo curiosi – continuo il guardiano – mio caro tu sei venuto da me l’altro giorno, hai chiesto del coccodrillo e poi sei andato via. Vieni qui e il signor Tommaso mette in bella mostra un dito di coccodrillo, e tu ti precipiti a guardarlo. Andiamo, tu sai cos’è un coccodrillo, non è vero?
- No signora, - rispose Abram – onestamente non ne ho la minima idea. Se l’avessi saputo, perché avrei dovuto chiederlo al reverendo guardiano?
- Anche questo è vero, - replicò il guardiano - però già il fatto che tu hai notato quel dito, vuol dire che sai com’è fatto, o perlomeno sai che quello è un suo dito. Come mai?
- Io, beh io … - Abram richiamò a sé tutte le sue forze, pur di non spezzare il giuramento fatto ad Isaia - vorrei ma non posso dirvi altro, mi dispiace.
- Allora dovremo farti arrestare. – aggiunse il guardiano.
- Come, perché?
- Vedi figliolo – intervenne Tommaso – i coccodrilli sono un pericolo per noi, e chi sa troppo di loro è un pericolo altrettanto grande. Allora, dicci, preferisci mantenere il tuo segreto o finire in prigione?
- Ma io non capisco, cioè perché è cosi importante per voi.
- Vedo che sei ostinato – Tommaso prese un sacchetto col tabacco dalla tasca della giacca e preparo la pipa, l’accese e ne tirò una boccata – mio caro giovane, il problema è semplice, e credo che sia meglio giocare a carte scoperte, voi siete uno scrivano, vero?
- Si certo.
- Contabile?
- Certamente.
- E avete il vostro canto e tutte quelle cose li, vero?
- Come tutti.
- Bene, quanti scrivani credete che ci siano a Varsavie?
- Non saprei, cento?
- Sono circa centocinquanta, e quanti di loro hanno chiesto o indagato sul coccodrillo? Uno solo, voi.
- Ma … non capisco, è cosi evidente.
- Si, ma non importante, voi siete uno storico?
- No, ma ho letto un paio di libri in proposito.
- E vi sembra strano che tutta la nostra storia si riduce a soli cinquecento anni, vero?
- In effetti mi sarei aspettato qualcosa di più.
- E mastro Moses è stato un vostro maestro vero?
- Certo.
- E vi ha raccontato la sua teoria sugli Iam e sui coccodrilli, non affannatevi a rispondermi, lo sappiamo che l’ha fatto. Mastro Moses è un testardo, e spero che non farà più un errore del genere, anzi non lo farà di certo. Lui vi ha raccontato che i coccodrilli forse sono creature che popolano altri mondi, altri … come si chiamano … sistemi solari, e se vi dicessi che loro sono più vicini di quanto pensiate?
- Tommaso, forse non è il caso di dirgli tutto.
- No padre non tutto, avete ragione, il segreto che noi custodiamo – rivolgendosi ad Abram – a molti è costata la vita, ma siccome ho preso impegno con vostra madre di farvi maritare con mia figlia, beh spero che vi aiuterà a stare dalla nostra parte, e non da quella di chi lo spanderebbe ai quattro venti. Dicevamo, immaginate che i coccodrilli siano più vicini di quello che pensiate, anzi che uno in particolare sia molto vicino a noi. Immaginate una creatura in grado di causare una distruzione assoluta, un mostro di proporzioni apocalittiche, una creatura fuori dalla grazia di Atena. E credetemi che questa creatura è nascosta sul nostro mondo, anzi nella nostra regione, in uno stato in cui non può nuocere a nessuno. Ora, molte sue parti sono sparpagliate per tutta la Lorenna, un dito qua in casa mia, un piede a Prague, un occhio a Odesse, e se lui le recuperasse potrebbe tornare a vivere seminando distruzione e morte. Sembra impossibile, fantastico, eppure è cosi. Il coccodrillo è la peggior creatura che esista nell’universo.
- Si ma perché non dirlo?
- Perché sarebbe il caos, il caos totale e assoluto. Ci sarebbero persone che inizierebbero a cercarlo, a radunarne i pezzi, e forse qualcuno riuscirebbe a riportarlo in vita.
- Ma tutto questo è assurdo, riportare in vita una creatura fatta a pezzi non è assolutamente possibile.
- Oh no – il reverendo assunse un espressione estremamente seria – c’è stato un tempo in cui tutto questo è già successo: l’ultima volta che il coccodrillo è tornato a vivere è stato più di cinquecento anni fa. Distrusse la civiltà che c’era allora, e solo con l’aiuto di Atena quel mostro fu distrutto e noi potemmo ripartire da zero. Per questo i vostri libri di storia non parlano di quel tempo, è stato vietato dalla legge.
- Ora, mio caro figliolo avete due possibilità, o mantenete il segreto, e magari in seguito, dopo il vostro matrimonio, entrerete a far parte del nostro piccolo circolo; oppure domattina i gendarmi verranno a casa vostra e vi porteranno via in catene. Non preoccupatevi per l’accusa, ne troveremo sicuramente una.
- Io credo che …
- Oh, non preoccupatevi per mia figlia, farò in modo che le sue parole restino chiacchiere di una ragazzetta, naturalmente amministrerete voi i suoi beni, e non lei. Io ho sempre sentito il desiderio di un maschio in famiglia, e spero che sarete voi.
- Allora, che dirvi, domani avrete la mia risposta.
- Spero che fino a domani avrete l’accortezza di tenere la bocca chiusa – aggiunse il vecchio guardiano con tono minaccioso.
Il ritorno in carrozza fu peggio dell’andata, per Abram si preparava una stagione di guerra aperta con la sua futura moglie. Il ragazzo sapeva bene che non avrebbe permesso al padre di dargli quello che gli aveva promesso, e d’altronde a lui non interessava affatto amministrare i beni del signor Tommaso. Inoltre essere sposato con una tale furia non era certo quello che aveva sognato per sé. Di fronte a lui sua madre lo guardava e sorrideva, i suoi piccoli occhi aguzzi trasudavano felicità, certamente pensava al bel colpo che aveva fatto imparentandosi con la famiglia del signor Tommaso. Un matrimonio del genere le avrebbe aperto le porte dell’alta borghesia, e i salotti di tutta Varsavie, cancellando l’onta di aver avuto zio Irwing l’ubriacone come consanguineo. Certo l’alternativa non era migliore, ma quanto erano potenti Tommaso e il guardiano di Atena per farlo andare in prigione cosi, senza motivo? Certo molto di più di quanto sembrava all’esterno, Tommaso era ricco, ma non nobile, e di certo non era imparentato col re. Addirittura si erano concessi il lusso di lasciarlo andar via, come sapevano se lui avrebbe mantenuto il segreto o meno? Certo sapevano del colloquio fra e lui e Moses, magari uno dei custodi o degli inservienti aveva fatto la spia. Forse anche in casa sua c’era una spia, magari era Heaster, o la ragazzina che aiutava in cucina. Chissà di chi poteva fidarsi? Verso la fine del viaggio gli balenò nel cervello l’ennesimo pensiero: e se Irwing fosse morte a causa del coccodrillo, se la cosa che aveva portato Moses da Prague era un altro pezzo del coccodrillo, e loro lo sapevano. In fondo era semplice, Moses e Irwing avevano venduto un pezzo del coccodrillo ai belanti, loro lo avevano saputo e avevano cercato di prendere Moses prima che vendesse anche la mano ai belanti. Loro, il guardiano, il signor Tommaso, e chissà chi altro, erano le misteriose persone che proteggevano un segreto cosi terribile a costo della morte: i giudici oscuri. Con questo pensiero nella mente, Abram senti il suo corpo iniziare a tremare, e forti brividi gli percorsero la schiena.
- Hai freddo Abram? – chiese la madre quando si accorse del cambiamento del figlio.
- No, madre, no, vi ringrazio. Sono solo un po’ stanco, sapete le emozioni della giornata.
- Giusto, ora cenerete e andrete subito a letto.
- Spero che Jacob stia meglio – intervenne la zia.
- Certamente sorella, vedrai che tuo figlio ci starà aspettando già a tavola.
Sfortunatamente Jacob era sulla strada per le montagne, aveva preso i suoi pochi averi, qualche libro e qualcosa da mangiare ed era andato via. Nel pomeriggio era uscito di soppiatto e si era diretto verso la zona est di Varsavie, si era fermato ad una stalla e, con un pendaglio della madre, aveva comprato un mulo e si era lasciato le mura cittadine alle spalle. Aveva percorso in un ora la strada attraverso i prati e i boschi, e una volta ai piedi delle montagne dei belanti, aveva liberato il mulo e si era inoltrato a piedi. A casa un biglietto in bella vista diceva solo che Jacob era andato via, senza dire ne dove ne come, era stato posto in bella vista sulla tavola ed era stato letto da Heaster, che ora aspettava tremante il ritorno della sua padrona. La povera domestica quasi trasalì quando senti bussare all'uscio della porta, e iniziò a piangere a dirotto quando si trovò davanti la madre di Abram.